Perché il farmacista vuole la ricetta?

…e perché fa un mucchio di domande inutili quasi avesse voglia di fare conversazione, e fossimo al bar?

Ogni giorno almeno due persone entrano nella mia farmacia e chiedono un farmaco senza avere la ricetta con sé.

In Italia, quindi, almeno 35.000 persone chiedono un farmaco senza avere la ricetta. (In Italia ci sono circa 17000 farmacie)

Parlando con queste persone, se scavi un po’, scopri storie stravaganti: lo hanno sentito dall’amico, glielo ha consigliato la vicina sul pianerottolo, o l’estetista della loro amica.
Mi è anche capitato di parlare con un’estetista innocente: mi ha chiesto un farmaco con obbligo di ricetta, per poi metterlo alle clienti. (Le clienti saranno state informate di ricevere un trattamento medico da personale non medico?)
Quando hai un problema chiedi aiuto anche al primo che passa, confidando che ti dia la soluzione magica che risolve tutto in un battibaleno. Il primo che passa è scienziato credibile e rispettato. Tutti lo sono: vicina di casa, estetista dell’amica, esperti di facebook, tranne il farmacista, che è l’unico ad avere di diritto il titolo di “specialista del medicinale”.

Altrettanto spesso leggo, sui comunicati della nostra professione che “l’Ordine dei farmacisti deve vigilare”, che la professione deve essere tutelata come il Santo Graal,  che l’associazione farmacisti (e qui puoi smettere di leggere perché ti addormenteresti, passa pure al paragrafo successivo) «condanna fermamente tale pratica dissennata, in quanto essa tradisce il rapporto fiduciario che è alla base dell’affidamento da parte dello Stato del servizio farmaceutico, nella forma della concessione statale, alla rete delle farmacie private. Venir meno a tale fiducia – sottolinea l’Associazione -, dispensando con leggerezza e senza esercitare alcun controllo, medicinali che possono essere utilizzati in modo dannoso per la salute, vanifica gli sforzi dei tanti colleghi che si stanno battendo per difendere e valorizzare la funzione professionale del farmacista, unico operatore sanitario esperto e custode del Farmaco, e contribuisce alla sua banalizzazione e mercificazione».

Tralascio la storiella sulla serietà della professione, sul fatto che le regole servono a proteggere la tua salute e non a limitare la tua libertà, tanto non convinco nessuno, ma ti racconto qualche episodio: vita vera, trincea quotidiana, lacrime e sangue:

1 Milano, cliente abituale, una donna di circa 40 anni, acquista regolarmente e sempre con la ricetta del suo medico, un medicinale per l’ansia.

Una sera (lavoravo in una farmacia notturna che fino a mezzanotte accoglieva a braccia aperte anche gli ultimi), questa signora arriva decisamente agitata raccontando che il marito aveva avuto un incidente, che stava bene, ma che senza quel farmaco non avrebbe potuto mai addormentarsi.

Io stavo seguendo nel negozio un frequentatore serale, che abitualmente saccheggiava gli scaffali, quindi ho ascoltato con poca attenzione la conversazione con il collega, tutta concentrata nel mio ruolo edificante di protettrice del patrimonio aziendale altrui.

La mattina successiva arriva il marito, furibondo, urlando che il medico aveva sospeso il farmaco alla moglie, che tutti noi eravamo degli irresponsabili e che la signora si era intossicata.

Il mio collega è rimasto senza parole.
Io anche. Perché ammetto che probabilmente, con la leggerezza dei miei 24 anni, mi sarei comportata come lui, avrei consolato la signora e le avrei dato le sue gocce salva-nottata.

Il marito aveva ragione piena, e non dimenticherò l’espressione di rabbia, delusione e disgusto stampato sul suo viso.

2 Farmacia di un paesino, tutti si conoscono, il medico è uno solo, le medicine sono sempre le stesse alle stesse persone, giorno, dopo giorno, dopo giorno.

Sempre, tutto, uguale: stesse facce, stessi farmaci, stesse prescrizioni di identici medicinali.

Un bel giorno la signora Luisa, che sempre acquista il suo lassativo irrinunciabile, porta una novità: una ricetta per un sedativo, dice che non riesce a dormire e che il medico le ha prescritto quello. La signora è avanti con gli anni, ma attiva e brillante.

Facciamo due parole sulla festa del paese, ma niente sulla sua medicina.
Errore. Il farmacista deve sempre fare due parole su come si usa il farmaco, quando, e come si inserisce nella giornata. Ecco perché il farmacista fa conversazione come se fosse al bar. Sta cercando di fare il suo lavoro senza sembrare un detective accanito nel pieno di un caso difficile.
Anche se il medico ha già spiegato, anche se la signora si spazientisce ad ascoltarmi perché si sente trattata da cerebrolesa, anche se il paziente è attivo e brillante.

Il farmacista non può essere muto. Parlare è faticoso, ti esaurisce, il paziente ti guarda con sufficienza perché lo stai annoiando.
Pazienza, è il mio compito. Pedante, ripetitivo, ridondante

Due giorni dopo il figlio arriva in lacrime raccontando che la mamma è ricoverata per aver scambiato i medicinali: ha preso per tre sere il triplo del sedativo, come era abituata a prendere il lassativo. Ha rischiato di non svegliarsi, con l’effetto pesante sul cuore e sul respiro.
Non è una questione di responsabilità penale o civile, sulla carta. Il medico aveva scritto come usarlo, ma le doti di memoria dei pazienti, invece, non sono scritte da nessuna parte.
In quel momento non ho approfondito. E ho sbagliato.


3 Farmacia in cui lavoro da anni: un ragazzo che non conosco (ma come fai a conoscere tutti i figli dei tuoi clienti, se non li hai visti?)

È muto, come tutti i millenial che mi si presentano davanti negli ultimi anni.
Chiede uno sciroppo per la tosse che contiene una sostanza per cui ci vuole la ricetta medica. Risponde a monosillabi, gli strappo un: “E’ per mia nonna”.
Chiedo il nome della nonna, che scopro di conoscere, ma non ha una ricetta attiva nel mio database, non ho mai visto prescrizioni per quel farmaco.  Benedetto il mio database Sanimax che contiene informazioni salvavita.

“Cavoli”, penso tra me e me, “una volta che fa il favore alla nonna, devo rimandarlo indietro a mani vuote”. Il mio spirito materno loda la sua buona volontà, ma prevale lo spirito della farmacista rompiscatole. Non mi fido, ho ben chiari gli errori che può fare una persona che non sta bene e cerca di smettere di tossire come un disco rotto.

Mi scuso, gli spiego che nell’anziano quel farmaco può essere dannoso e pericoloso, se la nonna lo assume senza il parere del medico.

La mattina successiva apro la mail e mi trovo la richiesta dei NAS di segnalare per email ogni singola prescrizione a base di quel farmaco.

Approfondisco la lettura e scopro che è esplosa la nuova moda di mescolare quel medicinale+alcol per ottenere la  “Purple Drank”, nuova frontiera dello sballo fai da te.
Imbambolata sulla mia sedia girevole, faccio due conti: questo più quello…A me verrebbe un sonno da ribaltarmi sul tavolino della discoteca fino a farmi spazzare fuori da una
disgustata signora delle pulizie , ma altri-e tanti- trovano “ricreativo” questo mix.

Ripenso al ragazzo, mi rimane il dubbio, magari la nonna mi ha tirato un rosario di maledizioni per la mia noiosissima diligenza e ha passato la notte squassata dalla tosse.
Poi penso alla mamma del ragazzo, e mi dico che MAI avrei voluto trovarmela davanti ad accusarmi di aver dato un medicinale del genere a suo figlio. Tu non la conosci, ma io sì.
E ringrazio di aver fatto bene il mio lavoro, e di aver rinunciato a quei pochi euro del prezzo del medicinale.

Quindi, sì, amo il mio lavoro e posso dirti tante belle cose

politicamente eticamente splendidamente corrette, ma la verità è :

credi che io voglia mai trovarmi in una di quelle situazioni?

Non c’è cifra che valga l’angoscia di un marito, il terrore di un figlio di perdere la mamma, la rabbia di una mamma giustamente inferocita.

Quindi, la ricetta te la chiedo, eccome.

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